tradimenti
Patrizia 3 parte
Angel1965
19.01.2026 |
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"Una nube gli saliva alla nuca benché la temperatura fosse bassissima: il pensiero del secondo giro..."
Angelo, dopo aver fatto sesso con Patrizia,scopre il marito Luca addormentato sul
divano. Lascia la porta socchiusa e
immagina di rientrare per distruggere il loro
matrimonio, con Luca come obiettivo
principale.
Angelo spense la luce con un gesto lento, come se staccasse un filo fragile che lo legava ancora al letto dove
poco prima aveva sborrato caldo addosso a Patrizia. Il buio colmò la stanza, ma non abbastanza da spegnere il
ronzio d’eccitazione che gli pulsava sotto la pelle. Si tolse di tasca i boxer tutti stropicciati, se li infilò in mano:
umidi, impiastricciati di sè stesso e di lei. Li tese all’aria, quasi gradisse odorarne l’odede di sesso prima di
appallottolarli e infilarli sotto il braccio; poi sguscio fuori dalla camera e chiuse la porta senza far cigolare la
maniglia. Il corridoio era un corridoio di casa borghese buono per le suore: quadri con fiori secchi e un tappeto
kilim che affogava i passi. Angelo si mosse scalpicciando solo col polpastrello, sentendo i muscoli caldi e l’inguine
ancora teso per quel chiavaggio appena finito.
A metà passaggio si bloccò: una luce fioca proveniva dal soggiorno, riflettendosi sul pavimento di rovere. Il
televisore era ancora acceso; il baritono di un conduttore notturno masticava domande a un ospite. E lì,
spalancato sul divano, stava Luca – la testa reclinata all’indietro, il telecomando posato sullo stomaco, un
braccio penzolante. Sembrava addormentato. Angelo sentì il cuore farsi piccolo, gelato, e subito dopo rinsavarsi
in un brivido di trionfo: il marito c’era, a pochi metri, ma non sospettava nulla. Di lui, Angelo, non si accorgeva;
forse neppure dei lamenti soffocati a cui la maglietta sporcata di sborra era servita da imbuto fino a un minuto
prima.
Inginocchiò appena il ginocchio destro, spiando: le narici di Luca si erano allargate, il respiro era lento. No, non
dormiva del tutto; no, non si muoveva. Angelo avvertì una pressione all’inguine: il pensiero – scatto rapido
quanto il sangue che si ritira e poi rimbalza – che poteva mostrarglielo dritto in faccia quel cazzoperfido che gli
ciondolava ancora semi-duro sotto la cerniera. Per un attimo fantasticò di sfilarsi il cazzo, collegarti davanti e
ripassarglielo sulle labbra, come a imprimere un marchio. Ma il tempo era pochezza, e il desiderio, allora, si
trasecolò in promessa: «Dopo » bisbigliò fra i denti, «gli scoperò l’odore addosso.»
Raddrizzò la schiena e proseguì. Dopo l’ultimo quadro di fiori arrivava l’angolo che dava sull’ingresso. Si voltò,
istintivamente, e notò – proveniente dalla cucina – un luccichio d’acciaio e un frinire sottile, metallico: la sveglia
elettrica. Patrizia doveva averla messa là dentro per regolare l’infusione. L’udì versare l’acqua bollente, il flusso
che scompigliava il silenzio notturno, il profumo di tiglio e fior d’arancio che scivolava sotto la porta socchiusa.
Angelo si immaginò le sue cosce ancora calde dello sperma di lui, riprendersi a forza di respiri composti, serrando
i glutei per trattenere il ricordo che colava. Pareva un rito di purificazione, quel preparare la tisana; pareva una
bugia, con la sua fica ancora gonfia e pulsante.
Il volto di Angelo si fece liscio, occhi socchiusi, bocca che lasciava fuoriuscire l’aria in un’esalazione espansa: fu
come se il battito rallentasse fino a un colpo ogni quattro secondi. In quel ritmo lento riconobbe la propria sfida
– l’ora esatta in cui promette al proprio sangue di cominciare la demolizione di quel matrimonio. Non si chiese se
fosse amore o vendetta o gioco; erano parole troppo deboli. Soltanto, guardava la colonna d’ombra che lo
separava dalla luce della cucina e sentiva l’impulso vorticoso: voleva portare tutto a frantumi, ma i frantumi
dovevano urlare di piacere.
Fece l’ultimo passo sul parquet dell’ingresso, si chino per infilarsi lo scarponcino da ginnastica, ma si bloccò: non
era caso di allacciare nulla. Doveva essere pronto a rientrare, per la seconda ondata. Rimase in calzini, con le
scarpe in mano, tenendo aperto con il ginocchio il portone anta-fissa: il freddo gennaio notturno gli morse le
caviglie nude ma non c’era fastidio; era come se l’aria rinfrescasse la pelle ancora calda, arieggiasse il cazzo umido
di sè stesso. Tirò fuori le chiavi, fece scorrere il dito sul bordo dell’anta, e deliberatamente non chiuse: lasciò la
porta socchiusa appena un centimetro, ferma col cardine. Nessun click. Era un invito ad orecchie vendute, un
biglietto scritto col fidanzamento del silenzio: “Torno”.
Si scostò dal palazzo, oltrepassò il piccolo prato comune coperto di brina. I lampioni del vialetto disegnavano la
sua figura lunga, che ondeggiava. Le ginocchia s’imprimevano nei calzini umidi, ma Angelo avvertiva solo il
miscuglio di sborra rappresa che gli si attaccava alla pelle, facendogli sentire il cazzo ancora vivo, rigonfio di
spuma. Una nube gli saliva alla nuca benché la temperatura fosse bassissima: il pensiero del secondo giro. Non
era un’idea vaga; era un racconto animato, già incollato ai suoi sensi.
E il protagonista di quel racconto era Luca.
Patrizia era stata l’antipasto, l’unità mobile di carne attraverso la quale aveva penetrato la casa; ma il marito, lui,
rappresentava il portone stesso da scardinare. Angelo si vedeva già rientrare fra due, tre ore. Luca sarebbe
andato a dormire, avrebbe fiato ritmato di chi consuma la notte. E in quel respiro, lui, avrebbe strisciato dentro
la camera coniugale, alla luce livida del corridoio, per costringere il marito ad aprire la bocca e il culo insieme. Si
immaginava di afferrargli i capelli scompigliati sul cuscino, di piantarglielo in gola per farlo tossire, sagginare il
primo giro di spasimo; poi voltarlo come un guanto e spaccargli il culo finché Luca avrebbe urlato dentro il
piumone, a labbra controffate dal cotone. Patrizia avrebbe assistito, forse, e si sarebbe toccata sotto la vestaglia
verde rimpiangendo di non poter gridare. Oppure avrebbe soltanto finto di dormire: occhi sbarrati nell’oscurità
mentre il letto dondolava, mentre suo marito prendeva la prima sborrata di un altro uomo tra le pareti
domestiche.
Angelo si fermò oltre il vialetto, dietro al ciliegio spoglio del giardino condominiale. L’aria gli si condensava
addosso a pacchetti di vapore. Spalancò la cerniera dei jeans, estrasse il cazzo mezzo teso: era unto, lucido, della
patina gelatinosa che gli restava di Patrizia e di sè stesso. Lo accarezzò due volte, fondo il glande con il pollice,
poi si voltò verso casa dei coniugi – la finestra del soggiorno che tremolava blu per la TV. Alzò lo sguardo come
per misurare la distanza, e il volto gli si aprì in un ghigno muto. Con la mano libera estrasse il cellulare, avviò la
videocamera, punto obiettivo su quel palazzetto quieta e ordinario. La lente vibrò di pixel, focus automatico che
identificava contorni di muri, ringhiere, gelicola di buio. Premiò REC: il led rosso si accese. Non c’era nessuno da
riprendere, per ora. Era la scena vuota, l’inquadratura preliminare di ciò che sarebbe diventato uno spettacolo
privato. Una promessa a se stesso, e a un pubblico che sarebbe finito per conoscere il brivido di guardare senza
essere visto.
Rimise via il telefono, si pulì la mano sul bordo interno della tasca – un gesto contadino e sacro, offrire il corpo al
vapore della notte – e tornò a guardare la porta socchiusa di casa Mariani. «Primo tempo all’intervallo»
mormorò, «ma il secondo sarà tutto dentro di voi.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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